Giuseppe Ungaretti, Veglia

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Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

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Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Giuseppe Ungaretti, Cima Quattro il 23 dicembre 1915

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Giuseppe Ungaretti

Wislawa Szymborska. Ringraziamento

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Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

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La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

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Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

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Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

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Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

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I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi

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E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

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E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

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Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

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“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

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Wislawa Szymborska (1923 – 2012), Vista con granello di sabbia, 1996

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Wislawa Szymborska

Friedrich Hölderlin, Le querce

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Dai giardini vengo da voi, figlie delle montagne,
dai giardini, dove la natura vive paziente, casalinga
curata e curatrice assieme a uomini premurosi.
Ma voi, gloriose, vi stagliate come un popolo di titani
nel mondo addomesticato e appartenete solo a voi e al cielo
che vi ha nutrito e allevato e alla terra che vi ha generato.
Nessuna di voi è andata alla scuola degli uomini
e vi librate in alto l’una accanto all’altra, libere,
gioiose per afferarre lo spazio con braccia possenti,
verso le nubi, come l’aquila con la sua preda
e il sole vi incorona, grandi e chiare.

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Un mondo è ciascuna di voi, come le stelle del cielo
vivete, come un dio, assieme per un libero patto.
Se pure sopportassi la schiavitù mai invidierei
questo bosco per inchinarmi a questa vita condivisa.
Non fosse il mio cuore avvinto a condividere con altri la mia vita
perché non può fare a meno dell’amore, a vivere verrei
solo tra di voi.

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Friedrich Hölderlin, Gedichte, 1847

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Hoelderlin

 

Konstantinos Kavafis. Itaca

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Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

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Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

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Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

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E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

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.1911,

1911, Konstantinos Kavafis (1863-1933)

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Konstantinos Kavafis

Jorge Luis Borges. I miei libri


I miei libri (che non sanno che io esisto)
sono parte di me come questo viso
di tempie grigie e di grigi occhi
che vanamente cerco negli specchi
e che percorro con la mano concava.

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Non senza qualche logica amarezza
penso che le parole essenziali
che mi esprimono stanno in quelle pagine
che non sanno chi sono, non in quelle che ho scritto.

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Meglio così. Le voci dei morti
mi diranno per sempre.

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Jorge Luis Borges (1899 – 1986), La rosa profunda, 1975

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Jorge Luis Borges