Alfred Kubin, L’altra parte (ed. orig. 1909)

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Alfred Kubin (1877-1959) è stato un illustratore, litografo, pittore e scrittore austriaco. La sua principale occupazione, penso di poter dire, fu quella di illustratore. Il suo talento in tale ambito gli permise, ad esempio, di far parte del gruppo Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro), assieme a Wassily Kandinsky e Franz Marc.

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Qui parlerò di una pura impressione personale, derivata dalla lettura de Die andere Seite (L’altra parte), il suo unico romanzo, e in parte dalla visione di alcune sue illustrazioni. A mio parere si può considerare un continuatore della corrente espressiva dei poeti maledetti francesi, Baudelaire e Rimbaud. Nelle illustrazioni si può, sempre a mio parere, cogliere anche l’influsso dell’immaginario e delle creature “infernali” di Hieronymus Bosch.

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Per quanto riguarda l’opera letteraria L’altra parte è il suo unico romanzo, nella mia modesta esperienza di lettore un’opera unica nel panorama letterario mondiale. In quest’opera sono state riconosciute le influenze di Edgar Allan Poe e E.T.A. Hoffmann, autori che del resto illustrò.

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Il romanzo viene riconosciuto come un esempio di letteratura simbolista ed espressionista. Lo scrisse in soli tre mesi, trentenne, a quanto pare a seguito della crisi e dall’angoscia prodotti dalla morte del padre.

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Kubin, a suo stesso dire, visse un’esistenza onirica. È pensabile che le sue visioni notturne fossero talmente potenti da influenzare anche la sua esistenza, per così dire, diurna. In certo modo per me è peraltro sorprendente, leggendo la sua biografia, che sia riuscito a sopravvivere agli eventi ed alla sua fragilità psichica, senz’altro fonte della sua creatività, così a lungo.

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Questo romanzo nasce, come detto, a seguito della morte del padre, in un periodo in cui non riusciva più a disegnare ma aveva bisogno, forse, di “buttar fuori” ciò che vedeva, sentiva, provava. Questo romanzo è un fantastico, terribile viaggio, in una dimensione che si potrebbe definire il sogno di un incubo, o l’incubo di un sogno. Tra il realista e l’assurdo, tra fatti e l’espressione (nel senso espressionista) dei fatti.

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Il romanzo è stato scritto nel 1908, pubblicato nel 1909. Sinceramente non sono in grado nemmeno di tentarne un’interpretazione di tipo “psicanalitico” personale, credo che la psiche di Kubin vada ben al di là di una mia qualsiasi capacità di analisi in tal senso. Mi chiedo, però, se nei suoi viaggi onirici “oltremondani”, in terre che evocano più una dolce oltretomba che un El Dorado, riuscisse a percepire frequenze dell’Essere, una sorta di Inconscio Collettivo junghiano, una sorta di Spirito del Tempo che si sarebbe compiuto una quarantina d’anni dopo.

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È difficile, infatti, per quanto mi riguarda, non istituire almeno un vago paragone tra lo stato del Sogno di Patera e il Terzo Reich di Hitler. Quanto a questo rapporto, difficile non pensare anche ai quadri di Böcklin, pittore amato da Hitler, a sua volta pittore di qualche talento. Un sogno, e un incubo, pulsioni dell’inconscio, dove gli opposti non esistono.

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L’altra parte è un romanzo, un capolavoro, che ho sentito l’esigenza di rileggere ad anni di distanza perché ne ricordavo vagamente l’atmosfera, inimitabile, in parte simile forse solo a quella evocata in alcuni romanzi di Joseph Conrad.

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Anche se in maniera inevitabilmente diversa, ho ritrovato quell’atmosfera intatta. Non è solo il fiume a cambiare ad ogni istante, ma anche il lettore.

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Come ultima nota, aggiungo solo che questo è il romanzo più capace di esprimere sensazioni ed emozioni simili a quelle prodotte in me da un buon quadro, fra tutti quelli che ho letto. Un romanzo, a mio parere, non solo espressionista e simbolista, ma anche, per questa ragione e per quanto mi riguarda, “pittorico”.

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